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Tutta la storia
di MANUELA D’ANGELO
— MASSA —
C’ERANO TUTTI i lavoratori della Eaton di Massa allo sciopero di ieri: con le ormai famose magliette blu “Eaton Usa &
getta”, i fischietti, i cartelli con il necrologio della fabbrica e la musica del Pinocchio televisivo “dedicata” all’azienda
della quale non si fidano. Hanno portato le famiglie, i figli, i genitori anziani e guardano con soddisfazione ad una piazza
stracolma di persone: «Abbiamo visto che oltre a noi, lavoratori a rischio, ci sono anche tanti dipendenti pubblici, gli
studenti, le istituzioni. Per noi — commenta un operaio — è un segnale importante. Alle nostre istituzioni non possiamo
rimproverare niente e neanche al sindacato». «Il sindaco Pucci — aggiunge un altro — è quello che ci è stato più vicino: è
venuto in fabbrica, ci ha parlato onestamente». Qualcuno critica la scarsa partecipazione dei commercianti alla
manifestazione: i negozi lungo il percorso del corteo, sull’Aurelia, hanno abbassato le saracinesche ma in centro tanti sono
rimasti aperti. «Chi pensa che la crisi sia solo nostra commette un grave errore — commentano le tute blu —. Se il
territorio avrà 1500 stipendi in meno anche i commercianti ne risentiranno: ci saranno 1500 persone e le loro famiglie che
non potranno più permettersi di entrare nei loro negozi».
AI LAVORATORI Eaton chiediamo se, dopo il tavolo nazionale di lunedì e la promessa di una possibile reindustrializzazione,
la loro fiducia sia aumentata: «Non ci fidiamo più dell’azienda — ci dicono quasi tutti — abbiamo paura che si rimangi la
parola data». Gli fa eco un collega: «Che cosa significa reindustrializzazione? Che dobbiamo sperare che qualcuno voglia
investire qui e ricominciare tutto da zero, magari fra tre anni. Non possiamo essere tranquilli». E il pessimismo emerge: «Il
tavolo di Roma? Ci hanno lasciato tante bolle d’aria, ecco il risultato con cui siamo tornati a casa. L’unica certezza è che
dal 23 dicembre saremo licenziati».
SCOPRIAMO, senza troppa sorpresa, che la maggior parte dei lavoratori Eaton sta già cercando un altro impiego, sia pure
senza grossi risultati: non è pensabile per loro licenziarsi adesso nè possono sperare che qualcuno li assuma prima della
mobilità, che invece darebbe sgravi e facilitazioni ai futuri datori di lavoro. «Non abbiamo speranza di rimanere nella
nostra città — spiegano —. Ma la metalmeccanica qui non ha futuro, il settore è saturo, faremo i pendolari verso Parma,
Modena». Aggiunge un altro: «Ho contattato tutte le aziende del settore del territorio: non c’è posto per noi, sono tutte
messe già male per conto loro». Un padre di famiglia spiega: «A me non basterebbe neanche la cassa integrazione
straordinaria per tirare avanti: mutuo, moglie a casa, figlio piccolo all’asilo e Dio solo sa quanto ci costa. A me serve uno
stipendio pieno, ore pagate di straordinario, premi produttività. Non mi ha mai spaventato lavorare. Voglio tornare a
farlo». E’ Marco Battistini della Fim Cisl a rispondere: «Non dovete mollare la presa, la reindustrializzazione ci sarà,
perchè ci stiamo lavorando tutti. Abbiamo bisogno di ricollocare 350 lavoratori in quel sito, nessuno escluso ed è quello
che faremo, ma dobbiamo andare avanti uniti; se le forze iniziano a disperdersi sarà una battaglia persa in partenza».