Vertenza Eaton


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Massa 14 marzo ’06

Tutta la storia

stabilimento Eaton di Massa
via Aurelia Ovest 249
e-mail: rsueaton@virgilio.it




la Eaton è una multinazionale a capitale sociale trans-nazionale proveniente dai fondi pensioni americani.

Nel nostro territorio nasce nell’anno 1986 da una joint-venture con SKF.

Alla fine degli anni 80 la SKF si sfila e inizia l’esperienza della Eaton che produce componenti per i motori delle automobili.

Nei primi anni ’90 i processi di crescita portano all’assunzione di un centinaio di lavoratori grazie ad un accordo sindacale che prevede il così definito “orario a scorrimento”, cioè il sabato lavorativo e il giorno di riposo durante la settimana (tutt’oggi in vigore).

Alla metà degli anni ’90 con le nuove normative sul lavoro definite ‘pacchetto Treu’ e grazie ad una politica volta a stimolare gli acquisti per il rinnovo del parco auto, e a sostegno di una politica ambientale; lo stabilimento ha la possibilità di crescere ulteriormente raggiungendo oltre 550 dipendenti ( con la domenica lavorativa) fra operai ed impiegati ed un centinaio di lavoratori coinvolti nell’indotto come servizi ed altro.

Nel ’98 lo stabilimento in competizione con oltre 250 stabilimenti del gruppo vince un prestigioso premio di livello mondiale sulla qualità totale.

Nell’anno successivo iniziano i primi problemi legati all’andamento del profitto, e la conseguente mobilità condivisa dal Sindacato con accordo sul turn-over fa’ si che nel 2000 vengano espulsi in modo volontario cinquantadue lavoratori.

Per superare le difficoltà di generare profitto il Sindacato condivide un processo di esternalizzazione delle lavorazioni a basso valore aggiunto definito “out-sourcing” che salvaguardasse i livelli occupazionali raggiunti e lanciasse lo stabilimento a valori accettabili di rendita e competitività nelle sfide del nuovo millennio.

Nel 2002 attraverso l’accordo ”integrativo” fortemente voluto dal Sindacato si riesce ad acquisire nuove tipologie di lavorazione per un investimento di rinnovamento complessivo di circa 25 milioni di euro e di andare nella direzione della contrazione dei tempi eliminando di fatto il lavoro domenicale.

Negli anni successivi una gestione fallimentare da parte del management mette a rischio la sopravvivenza stessa del Nostro stabilimento mancando di fatto tutti gli obiettivi dettati dagli investitori americani.

Inoltre le fasi dell’industria post-fordista, prevede processi di delocalizzazione produttiva volti a conquistare nuove frontiere per il commercio internazionale.

Il fenomeno della delocalizzazione può assumere connotati preoccupanti, le ragioni di questa scelta sono tutt’altro che umanitarie: beneficiare dei salari di sussistenza e la scarsa tutela del lavoro nei paesi in via di sviluppo; approfittare dell’inesistenza di normative ambientali; talvolta addirittura i vantaggi di governi compiacenti.

Così anche la Corporation dove Noi lavoriamo si è indirizzata dentro a questi grandi processi, cioè si stà orientando a geografie di forte rendita economica come la Polonia, con uno stabilimento gemello al nostro, che ci sottrae quote di mercato e di profitto.

Oggi siamo dentro ad un percorso difficile di cassa integrazione, che coinvolge tutti i lavoratori dello stabilimento e di mobilità su base volontaria che interessa un complessivo di sessanta lavoratori.

Difficile perché non si intravede niente che possa determinare una svolta positiva alla crisi in corso attraverso lo sviluppo di nuove tipologie di lavorazione.

Anzi è stato smantellato e delocalizzato un reparto intero a contenuto altamente tecnologico finalizzato alla produzione di componenti per il cambio automatico sequenziale.

La sfida del futuro è quella di coniugare la delocalizzazione produttiva delle fasi di minor valore aggiunto con il potenziamento delle prospettive occupazionali sul territorio.

Non ci stancheremo di sottolineare che il deficit competitivo ha cause profonde che travalicano i problemi del costo del lavoro. L’immobilismo degli ultimi anni ha di fatto impedito di porre mano alle insufficienze nazionali.

Appare anche consumata una fase in cui la fiducia quasi religiosa al mercato ha pressochè messo in mora il ruolo dello Stato.

L’Italia è stata troppe volte assente dalle grandi sfide industriali che si sono realizzate in Europa e saremo noi metalmeccanici ad essere chiamati a stimolare i cervelli competenti su nuove aggregazioni industriali di respiro internazionale in settori strategici per il nostro sistema produttivo a partire dalla cantieristica dell’automobile.

Attualmente gli occupati del nostro stabilimento sono un totale di 419 dipendenti di cui 16 donne e divisi in 348 operai e 71 impiegati.

Approfittando della Tua sensibilità, e certi di un Tuo impegno nei confronti del Nostro sito e del Nostro territorio cogliamo l’occasione per porgerti i Nostri migliori auspici.



Massa 14 marzo ’06 le RSU



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