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Tutta la storia
di MANUELA D’ANGELO
— MASSA —
«CHIEDIAMO solo di poter continuare a fare il nostro lavoro». E’ questo il grido unanime dei lavoratori della Eaton che ieri
pomeriggio sotto la pioggia hanno manifestato davanti a Palazzo Ducale, tutti in silenzio, senza slogan, senza polemiche,
senza provocazioni, mentre ai piani alti i vertici della Provincia erano riuniti a discutere della loro precaria condizione.
C’erano tutti i 350 operai del colosso americano che rischia la chiusura a causa del netto calo della produttività dello
stabilimento e tra di loro c’erano anche molte mogli, madri, passeggini, figli che tenevano per mano i loro papà. Fanno
fatica a parlare gli operai della Eaton, perchè ci confessano che non c’è molto da dire: «Per me non è stato un fulmine a
ciel sereno — dice Marco Bozicevich, operaio da 20 anni —. Era nell’aria da anni; qualcuno dice che il mercato non
vuole più il nostro prodotto, ma noi operai ci siamo fatti un’altra idea e crediamo che sia il contrario: è l’azienda
che non vuole più dare il prodotto». In effetti sono in tanti ad avere questa impressione: si parla di una specie di
accordo tra multinazionali che, in un momento difficile per tutti a livello economico, potrebbero aver deciso di
spartirsi il mercato per non darsi fastidio a vicenda: alla Eaton il mercato americano, alla Ina, multinazionale
tedesca storica concorrente, quello europeo. «Per come si sono svolti i fatti è stata una sorpresa — dice Giovanni
Pitanti, 18 anni alla Eaton da operaio — . Una mattina hanno chiamato i sindacati e le Rsu e gli hanno detto che avremmo
perso alcune commesse a causa di un concorrente più economico di noi; noi crediamo invece che ci sia la volontà di
dismettere in tutta Italia e di lasciare in vita solo là negli Stati Uniti». Enzo Lazzoni, 53 anni, è l’operaio più anziano
della Eaton con 32 anni di servizio nell’azienda: «Dopo tutto questo tempo — ci dice — c’è solo tanta amarezza
oltre alla paura del futuro; io ho moglie e un figlio, sarebbe un disastro. Abbiamo lavorato a pieno ritmo fino ad
una settimana fa. I dirigenti invece si sono sempre visti poco, nell’ultima settimana mai». «Io sono tra i più giovani
per anzianità di servizio — ci dice invece Giorgio Giorgieri —; lavoro da 12 anni, ne ho 36 e non ho famiglia a carico, se
dovessero salvare metà degli operai forse io non sarei tra quelli ma il mio pensiero va ai miei colleghi, a chi ha acceso
mutui, magari anche per 30 anni: spero che i nostri politici sappiano farsi valere». Alessandro Cecchinelli ha quasi le
lacrime agli occhi e ha portato anche la madre: «Una delusione estrema, perchè abbiamo dato qualità e produttività senza
mai chiedere nulla e questo è il risultato». Le mogli degli operai e gli altri familiari stanno un pò in disparte; solo una, da
sotto un grande ombrello che accoglie assieme a lei due bambini, ci racconta che una sera il marito è tornato a casa e le
ha detto che forse l’azienda chiuderà, dopo aver trascorso praticamente una vita in quella fabbrica dal 1985: «Come vuole
che ci si senta? Traditi». Gli operai, per essere tutti in piazza ieri pomeriggio, hanno effettuato 4 ore di sciopero dalle 14
alle 18 e stamattina sono entrati tutti in fabbrica, continuando a seguire i loro turni di lavoro. Davanti ci sono 15 giorni,
dopo i quali l’azienda ha promesso di farsi sentire: poi nella migliore delle ipotesi un drastico ridimensionamento degli
operai, le cui modalità sono sconosciute, forse l’anzianità, lo stato di famiglia e solo dopo la professionalità di ognuno;
nella peggiore delle ipotesi invece la chiusura totale e allora la mobilità e forse la cassa integrazio